Clara Minissale

pensieri e parole in punta di coltello. E forchetta

Itinerari, Luoghi

Pantelleria, il Passito e la sfida dell’uomo alla natura

Quello che ti colpisce quando arrivi a Pantelleria è la forza della natura. La senti subito, appena metti piede fuori dalla cabina dell’aereo e il vento ti dà il benvenuto. Quello stesso vento che soffia 320 giorni all’anno e al quale gli arabi, che qui abitarono a lungo,  decisero di intitolare l’isola, denominata Bent el Riah, figlia del vento, appunto. Una forza che poi ritrovi nelle scogliere di pietra lavica che caratterizzano tutta la costa rendendola ruvida, a tratti aspra e nella vegetazione che orna i rilievi montuosi. Per sopravvivere a tanta forza, al caldo che spesso soffia dalle coste africane che da qui distano 45 miglia e alla scarsità di piogge e dunque di acqua, era necessario contrapporre la forza dell’ingegno, quell’industriarsi per sopravvivere di cui solo l’uomo è capace e che ha dato vita a costruzioni e pratiche agricole uniche al mondo.

dammuso

dammuso

Solo a Pantelleria si trovano i dammusi, la tipiche costruzioni lasciate in eredità dagli arabi e realizzate in pietra a secco, cioè senza l’utilizzo di malte e leganti. Una costruzione talmente integrata al paesaggio rurale da esserne diventata la componente più riconoscibile. I tetti a cupola dei dammusi servivano alla raccolta dell’acqua piovana nelle cisterne per uno sfruttamento più efficace delle risorse idriche, tanto da renderle disponibili tutto l’anno, un sistema ancora utilizzato.

tetto a cupola del dammuso

tetto a cupola del dammuso

Poi ci sono i muretti a secco, costruiti nel tempo dai contadini senza alcun tipo di malta, soltanto con pietre non lavorate, sistemate e concatenate in doppia fila. Si trovano praticamente in tutta l’isola e costituiscono il perimetro di confine e contenimento dei terreni, quasi sempre terrazzati a causa delle pendenze e dei dislivelli del suolo.

terrazzamenti e vigne che guardano il mare

terrazzamenti e vigne che guardano il mare

Questi muretti servivano anche a proteggere le piante facendo da scudo al vento. E’ nato così il giardino pantesco, realizzato accanto ai dammusi e creato in forma circolare sempre con il sistema delle pietre a secco per circondare un albero di agrumi.

ingresso di un giardino pantesco

ingresso di un giardino pantesco

Tanta fatica per proteggere un singolo albero all’inizio ti pare cosa assurda ma quando ti spiegano che per le famiglie pantesche rappresentava un’assicurazione contro malattie come lo scorbuto, combattute con la vitamina offerta da arance e limoni, spesso innestati nello stesso albero, allora tutto cambia e lo stupore diventa ammirazione.

l'interno di un giardino pantesco

l’interno di un giardino pantesco

Quando guardi questo giardino non puoi fare a meno di pensare a quanto dovesse essere dura la vita qui, lontani dalla terra ferma, soli in mezzo al mare, quello stesso mare vissuto più come un pericolo che come un alleato, tanto che la pesca a Pantelleria è davvero poca cosa. L’isola è fondamentalmente agricola. Qui si coltivano frutta e ortaggi dal sapore molto inteso, reso deciso dal sole che scalda quasi senza sosta. Poi ci sono gli olivi, anche questi prova tangibile della capacità di industriarsi dell’uomo quando non esistevano supporti tecnologici di alcun tipo.

olivo pantesco

olivo pantesco

Gli olivi qui, infatti, crescono verso il basso. Per difendere le piante dal vento che altrimenti spazzerebbe via tutte le fioriture, queste vengono costrette, con un sistema di pesi agganciati ai rami, a svilupparsi a pochi centimetri da terra. E vi assicuro che crescono rigogliose e quest’anno sarà una buona annata per l’olio pantesco.

E poi c’è lo zibibbo, il vanto dell’isola, l’uva che l’ha resa famosa nel mondo e dalla quale si produce il Passito. Anche questa andava difesa dal vento e così il contadino industrioso, già in epoca fenicia, si è inventato il sistema di coltivazione ad alberello.

La pratica agricola della coltivazione della vite ad alberello è stata perfezionata nei secoli successivi dai panteschi ed è una tipologia di allevamento della vite, trasmessa di generazione in generazione, che prevede la coltivazione dei vitigni di zibibbo in forma di piccoli alberelli nelle tipiche “conche”, per carpire le scarse risorse idriche presenti nel terreno e riparare i vigneti dal vento.

Questa pratica agricola, dal 2014, è diventata patrimonio immateriale dell’umanità dell’Unesco perché oltre a svolgere un’importante funzione economica, dato che le uve ricavate con questa metodologia diventano materia prima per la vinificazione del Passito, racchiude in sé un’importante funzione sociale come elemento che rappresenta la cultura e la storia degli isolani, una comunità che, grazie al difficile lavoro nei campi, plasmando un territorio impervio, è riuscita a sostentarsi rinnovando quotidianamente in maniera sostenibile il profondo legame tra uomo e natura.

Un lavoro di secoli che va tutelato e promosso ed è quello che stanno cercando di fare il Consorzio volontario per la tutela e la valorizzazione dei vini Doc di Pantelleria, che riunisce 320 agricoltori e sei aziende dell’isola che, da sole, mettono insieme l’80 per cento dell’imbottigliato con 17 mila quintali prodotti. Il suo operato si affianca a quello del Comitato di gestione del riconoscimento Unesco che ragiona anche sull’utilizzo del marchio attribuito alla pratica agricola della vite ad alberello per la promozione dell’isola e del suo Passito e la recente istituzione del Parco nazionale di Pantelleria, unico in Sicilia e unico esempio di parco agro-ambientale che è poi un riconoscimento al lavoro del coltivatore e all’interno del quale sono stati individuati una serie di percorsi per circa 30 chilometri complessivi, che si snodano tra i vigneti sparsi su tutta l’isola.

Il prodotto principale dell’isola è dunque il Passito, un vino doc fatto con uva zibibbo, appassita per concentrare aromi e sapore. Può essere lasciata parzialmente appassire sulla pianta oppure raccolta e messa ad appassire negli “stenditoi”, dove viene rigirata due volte a settimana fino al raggiungimento del giusto appassimento.

l'appassimento delle uve

l’appassimento delle uve

Per fare 1 chilo di uva passa servono 4 chili di uva fresca e tutta l’uva viene sgrappolata a mano. Un lavoro di tempo e pazienza che sull’isola non mancano…

lo sgrappolamento

lo sgrappolamento

Il risultato è un vino che narra una storia di più di duemila anni, la cui produzione è regolamentata da un apposito disciplinare e che ancora oggi è uno tra i vini dolci più apprezzati al mondo.

 

1 comment

  1. Teresa Armetta - 16 settembre 2017 10:56

    Che meraviglia tutti mangiano , pochi gustano.
    Tutti scrivono , pochi come con la tua passione!
    Complimenti!

    Rispondi

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