Clara Minissale

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Vitigni reliquia siciliani, quando un calice racconta una lunga storia

Un calice di Pignolo, grazie. O uno di Vitrarolo rosso? O un Rucignola, un Lievuso, un Orisi o un po’ di Anonima nera? Lo so, questi nomi non li avete mai sentiti ma questi vini in Sicilia sono esistiti e, in piccolissime produzioni, esistono ancora.

vitrarolo, , uno dei vitigni reliquia siciliani

grappolo di Vitrarolo

E c’è stato un tempo in cui i campi dell’Isola erano pieni di queste e almeno altre 75 diverse viti. Fino a quando quella peste bubbonica che è la fillossera, l’insetto che attacca le radici delle piante, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, ha distrutto tutto.

Dice Wikipedia che “l’esperienza aveva rapidamente provato che i vigneti impiantati in terreni sabbiosi resistevano alla fillossera, ma la prospettiva di trasferire la viticoltura su terreni esclusivamente sabbiosi era piuttosto difficile da realizzare. Si sono dunque tentati, spesso in modo empirico, trattamenti eradicanti diversi con risultati più o meno felici”.

L’emergenza più grande era dunque capire come fare a salvare il salvabile e gli studi dimostrarono che il perfido insetto attacca sì le radici delle viti ma solo delle specie europee. La vite americana, invece, almeno nell’apparato radicale, restava indenne.

Dunque l’unica possibilità di mantenere in vita i vitigni, è stata quella dell’innesto su portainnesti americani, metodo che si è rivelato l’unico vero controllo efficace e applicabile su vasta scala. Le prime indagini dimostrarono che il portinnesto americano influisce sul vitigno europeo solo per quanto concerne l’adattamento alle condizioni pedologiche come ad esempio la resistenza al calcare o alla siccità, mentre le proprietà del vitigno si mantengono pressoché intatte.

Questo significa che tutti i vini che noi oggi beviamo derivano da viti post-fillosera. Anzi quasi tutti, per l’esattezza. Perché ci sono alcuni luoghi, come monti o vallate, che hanno fatto da scudo naturale, proteggendo e salvaguardando le viti più o meno come erano nei secoli passati.

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Fin qui la storia che tutti gli esperti e appassionati del settore conoscono. Quello che invece non tutti sanno è che ci sono uomini che amano profondamente il loro lavoro –  agricoltori, enologi, agronomi – tanto da impiegare mesi e talvolta anni per raggiungere il loro obiettivo. E l’obiettivo, in questo caso, era andare in giro per la Sicilia a scovare, letteralmente, i vitigni che non sono stati attaccati dalla fillossera e che rappresentano lo straordinario patrimonio di biodiversità che la nostra Isola sa offrire, oltre ad essere testimonianza del fatto che la storia della Sicilia e quella del vino vadano quasi di pari passo.

grappolo orisi, un altro dei vitigni reliquia siciliani

grappolo di Orisi

Una sorta di Indiana Jones delle viti, pronti a sfidare rudi montagne o insidiose vallate, pur di trovare il loro tesoro. Ok, detta così, la faccenda è un po’ romanzata, ma se aveste ascoltato anche voi il racconto di alcuni ritrovamenti fatti da questo straordinario gruppo di lavoro che fa capo all’assessorato regionale siciliano all’Agricoltura, sono certa che li immaginereste così.

L’occasione di conoscere più a fondo la storia dei vini reliquia me l’ha data uno dei seminari organizzati a Palermo dall’Onav, l’Organizzazione nazionale assaggiatori di vino. Il tema scelto era quello dei vini antichi quasi del tutto dimenticati che, invece, sono vivi e vegeti in un campo sperimentale a Marsala. Come siano arrivati lì è la parte interessante della storia.

Partendo dal presupposto che ci sono luoghi interni alla Sicilia in cui le viti in qualche modo dovevano essersi salvate dalla fillossera, il patrimonio più grande dal quale prendere le mosse per questa ricerca, oltre a quello storico, naturalmente, era il sapere dell’uomo. E così, dal 2003, una settantina di persone che fanno capo all’assessorato all’Agricoltura, sono andate in giro per monti e valli a fare indagini territoriali e chiacchierare con gli anziani contadini, custodi di preziosi segreti.

Cioè si sono inerpicati sulle montagne, bussando quasi di casa in casa, certi che lì qualcosa del passato dovesse essersi conservato. Hanno fatto domande su domande per scovare la straordinarietà in quella che per gli anziani delle montagne è, invece, la normalità. E qualche volta si sono trovati dinnanzi alle facce stupite di vecchietti arzilli e claudicanti che li hanno condotti dritti dritti al “quel” vigneto.

Hanno controllato oltre 7 mila piante, tutte diverse tra loro, in più di una novantina di Comuni. Hanno poi selezionato circa la metà delle piante, studiandole con analisi nel dna, giungendo, infine, a documentare 75 differenti vitigni storici, detti anche reliquia, ognuno dei quali, a suo modo, è rappresentativo del territorio che lo ha prodotto.

Giacomo Ansaldi, uno degli enologi che lavora anche per il Vivaio Paulsen, luogo in cui si fa un’opera straordinaria di conoscenza e conservazione della biodiversità, potrebbe andare avanti per ore a raccontare aneddoti legati alla scoperta dei vari vitigni. Come quello individuato dentro ad un bosco sui Nebrodi totalmente “protetto” dalla vegetazione che lo ha salvato da distruzione e sguardi indiscreti. O quell’altro nel fondo di un vallone impervio che mai ha costituito un ostacolo al raggiungimento della meta. Perché per arrivare ad un vigneto questi uomini macinano chilometri e non esitano a calarsi in una sorta di burrone, meta solo di uccelli e cinghiali. E quando la vedono, robusta e rigogliosa, questa vite li ripaga dalla fatica, dai graffi, dando un senso al tempo impiegato. Ecco perché mi è venuto in mente Indiana Jones…

Ansaldi racconta e tu immagini i vecchi contadini che con naturalezza mostrano i vitigni senza sapere quanto siano preziosi, immagini sentieri di montagna, vegetazione fitta e il sorriso stampato sul volto di chi, infine, al vitigno arriva e ne preleva un campione da analizzare, sapendo già, in cuor suo che questo è diverso dagli altri.

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il campo sperimentale con i vitigni reliquia

Molti di questi vitigni ritrovati sono stati poi impiantati in un campo sperimentale che si trova a Marsala. Per alcuni di questi è stata portata avanti (e conclusa) anche una sperimentazione di micro vinificazioni e una bella sera di una decina di giorni fa, mi sono trovata davanti a bottiglie di Pignolo, Rucignola, Lievuso, Orisi, Vitrarolo, Anonima nera. Questi sconosciuti!

I primi tre bianchi e gli altri rossi, prodotti in pochissime bottiglie. Una rarità da degustare.

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i vini reliquia in degustazione

Mi sono sembrati interessanti i bianchi, soprattutto il Pignolo con una buona acidità e un retrogusto leggermente amaro e il Lievuso invece più dolce e morbido al palato. Il Rucignola, per il mio gusto, aveva una sapidità un po’ troppo spinta.

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uno dei bianchi in degustazione

Tra i rossi, il migliore mi è sembrato il Vitrarolo che, probabilmente, deve il nome al fatto che in inverno i tralci assumono un aspetto vitreo ed è presente in pochi ceppi nell’area più antica dei Nebrodi. In bocca risulta equilibrato, con tannini non troppo invadenti e una media persistenza.

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Ma al di là di note più o meno tecniche sui vini che lascio agli esperti, ciò che voglio sottolineare è la straordinarietà del lavoro fatto in oltre tredici anni di ricerca sul campo e in laboratorio che hanno permesso di ricostruire l’identità della vite siciliana che grazie ai climi e ai suoli più diversi, ha potuto svilupparsi e diffondersi nella maniera varia.

Negli ultimi vent’anni la Sicilia del vino si è fatta notare in campo nazionale e internazionale per i suoi vitigni più noti. Ma quelli custoditi a Marsala dimostrano chiaramente che l’isola possiede molto di più e, soprattutto, che ciascuno di questi ha una storia da raccontare che è profondamente legata alla terra e agli uomini che l’hanno abitata.

 

Per chi avesse voglia di approfondire l’argomento, a questo link potete scaricare la pubblicazione “Identità e ricchezza del vigneto sicilia” dalla quale ho tratto le foto dei due grappoli di Vitrarolo e Orisi e quella del campo sperimentale.

 

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